Negli ultimi mesi vedo un’esplosione di contenuti; stiamo assistendo a una rinuncia collettiva al pensiero. L’Intelligenza Artificiale non ha creato questo problema, lo ha solo reso più visibile e, soprattutto, più rapido.
Mai come oggi è stato così facile pubblicare. Mai come oggi è stato così raro leggere qualcosa che meriti davvero di essere ricordato.
L’AI viene spesso indicata come la causa dell’appiattimento dei contenuti. È una scorciatoia narrativa comoda, quasi rassicurante. In realtà il problema nasce molto prima. Nasce nel momento in cui chi scrive smette di farsi domande e inizia a delegare non solo l’esecuzione, ma anche le decisioni. Quando questo accade, il contenuto smette di essere uno strumento di comunicazione e diventa un semplice adempimento.
Ci sono testi che non sono sbagliati, e proprio per questo sono pericolosi. Sono corretti, educati, ben strutturati. Non contengono errori evidenti, ma nemmeno scelte. Non prendono posizione, non rischiano, non espongono nulla. Esistono solo per dimostrare che qualcuno è “presente”, “attivo”, “costante”. Il risultato è una produzione continua di parole che non costruiscono senso, ma occupano spazio.
Il punto, per me, non è capire se un testo è stato scritto con l’AI. Il punto è capire se qualcuno ci ha messo la testa. Perché quando manca il pensiero, la tecnologia diventa un amplificatore del vuoto. Frasi levigate, concetti generici, riflessioni che potrebbero essere copiate e incollate ovunque senza perdere significato. È da qui che nasce quella mia sensazione costante di déjà-vu che oggi caratterizza buona parte dei contenuti online.
C’è poi un equivoco ancora più grave, che continuo a vedere ripetersi: l’idea che pubblicare spesso sia sinonimo di comunicare bene. Ogni contenuto inutile abbassa l’asticella di quelli successivi. Ogni testo pubblicato senza una reale intenzione editoriale consuma attenzione, fiducia e autorevolezza.
Un contenuto, se vuole avere senso, dovrebbe svolgere almeno una funzione chiara: chiarire, interpretare, mettere ordine, a volte anche disturbare. Se non fa nulla di tutto questo, è solo occupazione di spazio. E quando si occupa spazio senza dire nulla, non si sta comunicando: si sta contribuendo al rumore.
Il problema, quindi, non è l’uso dell’Intelligenza Artificiale. Il problema è usarla per evitare il passaggio più scomodo: quello in cui bisogna decidere cosa si pensa davvero. L’AI può scrivere, ma non può scegliere al posto nostro cosa vale la pena dire. Nel momento in cui le affidiamo anche questa scelta, stiamo rinunciando alla responsabilità editoriale.
Oggi la vera linea di confine non è tra contenuti umani e contenuti artificiali. È tra contenuti guidati e contenuti automatici. I primi nascono da un’idea, da un’esperienza, da una visione. I secondi nascono da un calendario da riempire.
In un contesto saturo come quello attuale, il silenzio è spesso più onesto di un contenuto inutile. Pubblicare meno, ma con maggiore controllo e consapevolezza, non è una scelta conservativa. È una presa di posizione.
Perché il valore non nasce dalla velocità di pubblicazione, ma dal coraggio di pensare prima di scrivere.
E questo, almeno per ora, resta qualcosa che nessuna AI può fare al posto nostro.
