Vado in bici. E vado in macchina. A volte nello stesso giorno, sulla stessa strada.
Questo mi mette in una posizione strana: conosco la frustrazione di chi pedala e viene sorpassato a trenta centimetri. E conosco quella di chi guida e si ritrova bloccato dietro una bici su una strada senza spazio per superare.
Non scrivo questo articolo per difendere i ciclisti. E nemmeno gli automobilisti. Lo scrivo perché da entrambe le parti ho visto le stesse cose: nervosismo, impazienza, e una conoscenza delle regole che lascia molto a desiderare.
C’è un Codice della Strada che regola tutto questo. Il problema è che quasi nessuno lo legge.
Cosa dice la legge
Il Codice della Strada non lascia molto spazio all’interpretazione. Quando un veicolo supera un ciclista, deve mantenere una distanza laterale di almeno un metro e mezzo. Non è un suggerimento: è l’articolo 148. Chi non rispetta quella distanza commette un’infrazione.
Il ciclista, dal canto suo, deve tenere la destra. Può circolare in fila per due, ma solo se non crea intralcio e solo nei centri abitati. In assenza di pista ciclabile obbligatoria, ha pieno diritto di usare la carreggiata. Non è un abuso: è la norma.
Quante persone lo sanno? Poche. E questo è già parte del problema.
Il Codice prevede anche che i veicoli rallentino in prossimità dei ciclisti, soprattutto nei centri urbani. I motorini e gli scooter, spesso dimenticati nel dibattito, si trovano in una posizione simile: più veloci delle bici, più lenti delle auto, e ugualmente esposti all’impazienza altrui.
I cartelli che nessuno legge
C’è un altro capitolo che vale la pena aprire: le piste ciclabili. Anche qui le regole esistono. Il problema è che quasi nessuno le conosce, ciclisti inclusi.
Il cartello rotondo blu con la bicicletta bianca indica una pista ciclabile vera e propria. Riservata alle bici, vietata ai pedoni. L’articolo 182 del Codice è esplicito: i velocipedi devono transitare sulle piste a loro riservate quando esistono. Non è un’opzione. È un obbligo. Perché scatti quell’obbligo, però, serve la segnaletica verticale: la presenza fisica della pista non basta se manca il cartello. E se il cartello è rettangolare, non rotondo, si tratta di una semplice indicazione, senza vincolo.
Sulla velocità, il Codice non fissa un limite specifico per le ciclabili. Vale il limite della strada adiacente. In centro urbano, di solito 50 km/h, ma spesso il Comune impone limiti più bassi con apposita segnaletica locale.
Diverso il discorso per le ciclopedonali. Il cartello è sempre rotondo e blu, ma raffigura pedone e bicicletta insieme. In questo caso il ciclista non ha l’obbligo di usarla: può scegliere di restare in carreggiata. Quando la percorre, però, deve tenere una velocità molto moderata, non oltre i 10 km/h, per evitare collisioni con i pedoni.
Gli automobilisti, in tutto questo, dove entrano? Più di quanto si pensi. Chi guida deve sapere che un ciclista su una pista ciclabile ha pieno diritto di stare lì. E che un ciclista su strada, in assenza di ciclabile obbligatoria, non sta violando nulla.
Il problema non è la legge
Le norme esistono. Ma una legge che nessuno conosce è una legge che non esiste.
L’automobilista medio non sa della distanza di un metro e mezzo. Il ciclista a volte ignora i propri obblighi, o li conosce, ma li rispetta a metà. Il risultato è una strada dove ognuno si muove secondo una propria versione delle regole, spesso incompatibile con quella dell’altro.
E qui entra in gioco qualcosa che il Codice non può risolvere.
Una questione di cultura
In Italia la strada è stata costruita, fisicamente e mentalmente, intorno all’automobile. Per decenni, la bici è stata un mezzo residuale: dei bambini, dei poveri, di chi non aveva alternative. Chi pedala oggi su una strada statale non è solo un utente della viabilità: è un intruso in un territorio che non sente suo.
Questa percezione è cambiata in parte. Le piste ciclabili sono cresciute, le città hanno cominciato a ripensare gli spazi. Ma la mentalità cambia più lentamente del cemento. L’intolleranza che un ciclista incontra non è solo fretta. È qualcosa di più radicato: la convinzione, ancora diffusa, che la strada appartenga a chi ha quattro ruote e un motore.
Ma i ciclisti non sono vittime innocenti per definizione. Chi occupa tutta la corsia senza motivo, chi ignora i semafori, chi va contromano sul marciapiede alimenta lo stesso clima di conflitto. La cattiva educazione stradale non ha un colore o un mezzo preferito.
Nessun vincitore
Il problema non si risolve con una nuova norma. Le norme ci sono già.
Si risolve, se si risolve, con un’educazione stradale che torni a essere seria, che insegni non solo come guidare ma come condividere. Con campagne che ricordino agli automobilisti cosa dice davvero l’articolo 148. Con ciclisti che riconoscano i propri limiti oltre ai propri diritti.
Finché questo non accade, la strada resta un terreno di scontro. E il Codice della Strada continuerà a fare quello che fa meglio: stare chiuso nel cassetto del cruscotto.
