Sanremo, la mia abitudine che attraversa il tempo

ariston festival di Sanremo

Sono nato nel 1970. A casa mia il Festival di Sanremo non era solo un programma televisivo: era un appuntamento fisso. I miei genitori lo guardavano ogni anno davanti a una piccola televisione in bianco e nero della Phonola. Immagini poco nitide, audio incerto, ma concentrazione assoluta.

È lì che è iniziata la mia abitudine a Sanremo. Non come evento televisivo qualsiasi, ma come rito familiare.

Le voci che hanno accompagnato le canzoni

Sanremo non è solo musica. È anche chi lo racconta.

Le prime edizioni che ricordo avevano il volto rassicurante di Pippo Baudo. Per anni è stato quasi sinonimo di Festival. La sua conduzione aveva un ritmo preciso, autorevole, mai sopra le righe. Quando c’era Baudo, sembrava che tutto fosse sotto controllo.

Poi sono arrivati periodi diversi. Mike Bongiorno con il suo stile diretto, essenziale. Raffaella Carrà che portava eleganza e dinamismo. Paolo Bonolis con un’impronta più ironica e televisivamente moderna.

Negli anni più recenti, le edizioni condotte da Amadeus hanno segnato una fase diversa: maggiore attenzione ai giovani, integrazione con il mondo digitale, centralità delle classifiche e delle piattaforme. Un Festival più lungo, più commentato, più discusso.

Ogni presentatore ha rappresentato un’epoca. E in qualche modo, ogni epoca coincide con una fase della mia vita.

Le canzoni come punti fermi

Crescendo, il Festival è diventato un modo per segnare il tempo. Non ricordo solo gli anni, ricordo le canzoni.

Ricordo la vittoria di Riccardo Fogli con Storie di tutti i giorni nel 1982.

Ricordo il 1984 e Eros Ramazzotti con Terra promessa: una canzone che parlava di futuro e che, per la mia generazione, aveva un suono diverso.

Nel 1987 il trio formato da Enrico Ruggeri, Umberto Tozzi e Gianni Morandi vinse con Si può dare di più. Un brano collettivo, che entrò subito nelle case.

Poi ci sono stati artisti che magari non hanno vinto, ma hanno segnato il mio percorso musicale personale. Vasco Rossi, nelle sue partecipazioni iniziali, rappresentava qualcosa che andava oltre la classifica. Era identità artistica, anche quando non coincideva con il podio.

Lo stesso vale per Jovanotti: la sua evoluzione, vista anche attraverso Sanremo, racconta quanto il Festival sia capace di adattarsi ai linguaggi contemporanei.

Nel 1995 arrivò Giorgia con Come saprei. Tecnica e controllo, una vittoria che ancora oggi considero tra le più solide dal punto di vista vocale.

Il 1993: l’anno a distanza

L’unico anno in cui non ho potuto seguirlo è stato il 1993. Ero a militare. Niente dirette, niente commenti notturni.

Eppure ricordo perfettamente La solitudine di Laura Pausini. Le canzoni di Sanremo trovano sempre una strada per arrivare.

Una costante che cambia forma

Dal bianco e nero alla televisione a colori, fino allo streaming e ai commenti sui social, il Festival è cambiato molte volte. È cambiata la durata delle serate, il peso delle giurie, il modo di votare.

Ma a casa mia c’è una regola semplice: quando c’è Sanremo, si guarda Sanremo.

Non è nostalgia. È continuità. È il piacere di riconoscere un appuntamento che attraversa generazioni. I miei genitori davanti alla Phonola. Io ragazzo che discutevo sulle classifiche. Oggi una casa dove tutti sanno che quella settimana ha un ritmo diverso.

Sanremo per me è questo: una tradizione che si rinnova, ogni anno, con volti nuovi e canzoni diverse, ma con la stessa capacità di fermare il tempo per qualche sera.